Capitolo 25

Filed Under (La ragazza del bar) by admin on 31-12-2008

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Le prime luci dell’alba illuminavano il porto. L’aria era gelida e uno stormo di gabbiani attraversava il cielo terso.
Aveva appuntamento con Lex per consegnargli la versione definitiva del lavoro di Stefano. In realtà non aveva nulla con sé. Era lì per ucciderlo. Avrebbe così vendicato il collega e per ironia della sorte si trovava nel medesimo posto dove si verificò l’omicidio-suicidio.
Scese dalla macchina per sgranchirsi le gambe. Si avvicinò al molo dove erano ormeggiate le barche. I minuti passavano ma di Lex nessuna traccia.
La città si stava svegliando. Gli operai davano vita ad una nuova giornata lavorativa, iniziando a scaricare la merce da una nave da carico. Guardò l’ora: erano quasi le otto. Ormai Lex non sarebbe più venuto. Chissà, forse aveva capito che la corsa era truccata. Ma non aveva più importanza… Salì in macchina e si diresse verso il bar.

«Ciao. Stamani sei uscito presto. Dove sei stato?» gli chiese Rossella appena lo vide.
«Ho fatto un giro al porto» rispose dandole un bacio. «Mi faresti una tisana? Sono ancora infreddolito».
«Certo; te la preparo subito»
Rossella appoggiò la tazza sul bancone versando poi l’acqua bollente. Rico respirò l’aroma dei frutti di bosco, sorseggiando la tisana. Il calore si diffuse nel suo corpo. Posò la tazza sul bancone, avvertendo il flusso di calore che proveniva dal liquido. Allora provò ad immaginare un sistema fisico la cui evoluzione era caotica. Al tempo stesso l’incertezza sullo stato quantistico dei suoi costituenti elementari (prodotta dal principio di indeterminazione), che era trascurabilmente piccola a scala macroscopica, si sarebbe potuta espandere grazie gli effetti del caos. Ma la temperatura dell’ambiente avrebbe distrutto la coerenza quantistica…
Istantaneamente comprese che non bisognava considerare un sistema fisico nel senso letterale del termine, ma un sistema che elaborava informazione attraverso processi iterativi.
Rico sorrise: aveva capito come portare a termine il lavoro di Stefano.
All’improvviso sentì una fitta violenta sulla spalla, seguita da un dolore lancinante. Guardò Rossella: aveva la stessa maschera della ragazza del sogno e gli sorrideva beffarda. Si girò e vide Lex.
Subito dopo si svegliò, toccandosi la spalla. Non c’era alcuna ferita. Era notte fonda e come di consueto Rossella dormiva accanto a lui. Il sogno o meglio, l’incubo, sembrava incredibilmente reale. Il livello di adrenalina era molto alto e difficilmente si sarebbe riaddormentato. Lentamente si alzò, dirigendosi verso il suo studio per elaborare l’intuizione che aveva sviluppato nel sogno.
Lavorò tutta la notte, e la mattina successiva scrisse una poesia:

Sappi che la tua gioia è anche la mia gioia.
Chiamala “gioia condivisa”.

Ho già ricevuto in dono la tua sincerità.
Un dono indimenticabile.

Hai svelato la tua sensibilità.
Essa ti rende unica.
Insostituibile.

Hai mostrato la tua sensualità.
Essa ti rende ancora più arcana ed ineffabilmente affascinante.

Hai mostrato la tua bellezza.
Una gratificazione infinita.

Profonda condivisione.
Estrema compenetrazione
in un campo di interazione.
Un po’ fredda come definizione.
C’è bisogno della tua femminile intuizione.
Cerco di comprendere.
Ma il significato mi sfugge.
Non lo trovo, ergo non esiste.
E così svaniscono nell’oceano della non esistenza: la bellezza, la sensualità, la sensibilità.
È un’allucinazione.
Tu mi prendi per mano.
E mi dici: «non cercare logica dove logica non c’è».
L’hai dimostrato non tramite un algoritmo strutturato,
ma attraverso un gioco seducente e stupefacente.

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