«Davvero ottima questa cena, Molly» disse Rudi. Era stato invitato a cena a casa di Roger.
«Grazie, Rudi. Considera che ho consultato diverse guide, prima di mettermi al lavoro».
«Mia moglie è sempre modesta» disse ridendo Roger. Erano sposati da circa un anno. Molly era una collega: si erano conosciuti al dipartimento. Era particolarmente graziosa, con i capelli castani tagliati corti che le davano un aspetto da adolescente.
«A proposito, Rudi» disse ad un tratto Molly. «Stiamo cercando di mettere su un’associazione finalizzata alla diffusione della cultura scientifica. Vorresti darci una mano?».
«Volentieri» assentì Rudi. «Di cosa si tratta, di preciso?».
«Siamo seriamente preoccupati per la diffusione del paranormale. Ma non solo, prendi ad esempio l’astrologia e la cartomanzia: in questi ultimi anni si è verificata una crescita esponenziale. Tutto ciò è profondamente diseducativo, soprattutto per le nuove generazioni».
«Ci sono più maghi e cartomanti in questa città…» intervenne Roger.
Rudi sussultò un attimo. Subito dopo si riprese: «Ho capito. Temo però di non essere competente in questo campo…».
«Scherzi?» disse meravigliata Molly. «L’anno scorso hai pubblicato un saggio molto interessante al riguardo, trattando il problema nel paradigma del fasificazionismo di Karl Popper».
Rudi non rispose. Per una attimo penso a Samanta…. Si versò del vino e alla fine disse:
«Ok, cercherò di contribuire al vostro progetto».
«Sapevo che avresti accettato» esultò Molly.
L’eterea nozione di infinito. Nella realtà non aveva senso riferirsi all’infinito: ogni cosa era mutevole e transitoria. Ma anche in ambito matematico, tale nozione era sfuggente. Incidentalmente, prima della formulazione del cosiddetto “problema del continuo”, l’esistenza dell’infinito era di tipo “potenziale”. Banalmente, preso un qualunque numero intero ad esempio 3, aggiungendo una unità si otteneva 4. Il procedimento poteva poi essere applicato al 4, ottenendo 5, e così via all’“infinito”. Era dunque il procedimento ad essere infinito, in quanto generava numeri interi arbitrariamente grandi, ma finiti.
L’infinito veniva indicato con il simbolo dell’otto capovolto (oo), ma si trattava di un simbolo convenzionale e non di un numero, e rappresentava qualcosa maggiore di un qualunque numero intero (o reale).
L’introduzione di un simbolo – sia pure convenzionale – per rappresentare l’infinito, rendeva quest’ultimo più maneggevole. Così ad esempio, l’insieme degli interi naturali poteva essere rappresentato come: {0, 1, 2,…, oo}.
L’infinito aveva un suo fascino. Pur non esistendo nel mondo fisico, la nostra mente era comunque in grado di catturarlo. Ripensò alle sensazioni provate quando baciò Samanta per la prima volta, e alla domanda che gli pose subito dopo sulla natura dell’infinito. Il nesso tra le due cose gli sfuggiva, ma al tempo stesso sentiva che ci doveva essere un qualche collegamento.


